mercoledì 2 novembre 2011

Mille motivi più uno: B.

Se ne devono andare perché la causa di un problema non può essere allo stesso tempo la sua soluzione.

Se ne devono andare perché a questo punto persino un bambino si renderebbe conto che qualsiasi cosa dicano non sono più credibili.

Se ne devono andare perché non è vero che i mercati ci attaccano per il debito che abbiamo, quello ce l’abbiamo ormai da mille anni, il problema è adesso.

Se ne devo andare perché tutti i miei amici sono pieni di lauree, di speranze, sogni e Brunetta non può mandarli a raccogliere la frutta.

Se ne devono andare perché quando quei miei amici che hanno accettato di fare qualsiasi cosa pur di non restare a casa, sono stati trattati da schiavi e sempre da Brunetta sono stati definiti l’Italia peggiore.

Se ne devono andare perché se sei di Leno e vai a fare l’esame di Stato a Reggio Calabria, potrai anche fare l’avvocato... ma non il Ministro dell’Istruzione.

Se ne devono andare perché se spari una cavolata così grande su di un tunnel che non esiste, ti vergogni persino ad uscire di casa e non puoi essere il Ministro dell’Istruzione.

Se ne devono andare perché se vuoi la Padania libera non fai il Ministro.

Se ne devono andare perché il Ministro della Difesa non può non sapere chi è Lukashenko.

Se ne devono andare perché se sei Ministro della Repubblica, non puoi dire in televisione che c’è il pericolo di atti terroristici. Lo dici ai servizi segreti.

Se ne devono andare perché tutte le notti milioni di donne, per strada, con meno cinquanta gradi, sono costrette a vendere il loro corpo, salgono e scendono da milioni di carovane dell’umiliazione, e neanche solo per un millesimo di secondo ci può essere qualcuno che chiude un occhio, o che peggio incoraggia uno di quei poveretti che guida la sua carovana.

Se ne devono andare perché nel bel mezzo di una crisi, non puoi pensare alle intercettazioni.

Se ne devono andare perché non puoi fare una legge elettorale che tu stesso definisci porcata ed essere ancora Ministro.

Se ne devono andare perché se ti vanti di essere stato uno dei primi al mondo a prevedere la crisi, non puoi essere Ministro dell’Economia e stare a guardare.

Se ne devono andare perché tutti i giorni milioni di persone pagano il pizzo, e non ci può essere, non deve esistere neppure il più piccolissimo dei sospetti che un ministro abbia qualcosa a che fare con la mafia.

Se ne devono andare perché neanche un bambino di tre anni crederebbe ad una balla colossale come quella della nipote di Mubarak, e noi invece, siamo stati costretti ad assistere ad un dibattito parlamentare sulla questione.

Se ne devono andare perché se soltanto uno di loro, avesse letto la riforma del ’95 sulle pensioni si renderebbe conto che cambiare l’età pensionabile è una misura che ha effetti solo nel breve periodo, e l’Europa ci sta chiedento riforme strutturali, e quindi di lungo periodo, credete che i mercati questo non lo capiscano?

Se ne devono andare perché da che mondo è mondo, il modo migliore per risolvere i problemi di un paese che non cresce da dieci anni, con una disoccupazione giovanile al 30% è la riforma dell’articolo 18 della Costituzione.

Se ne devono andare perchè sono stanco, non ce la faccio più anche solo di sentir dire che a sinistra non c'è nessuno o che si possa fare peggio di così. Non ci crede nessuno.
Anche solo la speranza, anche solo la possibilità remota di un futuro migliore ci può dare la forza di cambiare questo paese, ed è meglio di questa lenta agonia che ti soffoca e ti toglie il respiro.

Una canzone del gruppo ragusano i Baciamolemani.



domenica 5 giugno 2011

Non diventare grande mai

Abbiamo vinto, c'è l'abbiamo fatta, si, mi ci metto anche io, che non ho fatto niente, che ho solo guardato dalla finestra, ma che ho patito e sofferto, e poi gioito, come fanno i grandi tifosi per la loro squadra del cuore.
La mia più grande paura adesso, è che sia solo un fuoco di paglia, una fiamma accesa per sbaglio, che non ha la forza di diventare grande e di incendiare tutto. E allora penso che il modo migliore che ha adesso la sinistra per dare sostegno e energia a questa fiamma, sia quello di rimettersi in discussione, far finta di aver perso. Con questo non voglio dire che non debba festeggiare, anzi deve urlare con forza "abbiamo vinto", ma allo stesso tempo deve interrogarsi e cercare di scovare i suoi punti deboli, quelli che non si vedeno, perchè la vittoria copre tutto, atteggiamenti che hanno contribuito al risultato, ma anche quelli che non sono da perseguire. Il vento sarà cambiato davvero solo quando ci saremo liberati del vecchio, che ho l'impressione stia iniziando a marcire....E fa anche tanta puzza.

Una canzone a tema del grande Eugenio Finardi, Non diventare grande mai.


lunedì 9 maggio 2011

UNA CITTÀ GRANDE O UNA GRANDE CITTÀ?


Qualche settimana fa ho chiesto ad un amico, laureato in Pianificazione e progettazione della città e del territorio presso la Facoltà di Architettura dell'Università di Firenze, e quindi competente in materia, quale fosse la sua idea di città. Questa è stata la sua risposta....
"In questi giorni di campagna elettorale, girando per la città, siamo continuamente inseguiti dai volti sorridenti  e rassicuranti dei candidati a sindaco o al consiglio comunale e dai loro slogan, infarciti come non mai di “lealtà”, “coraggio”, “serietà”, “responsabilità”, “impegno”, “coerenza”, “amore per la città”. Ci sono però anche dei candidati che puntano, più che sulle qualità della persona, sulla loro idea di città, sulla loro visione al futuro della comunità che intendono rappresentare. Uno di questi propone una città “ancora più grande”: uno slogan sicuramente d’effetto, diretto, efficace, che colpisce subito il cittadino-elettore.
Ma come si misura la grandezza di una città? Quali sono gli indicatori che consentono di affermare che una città è grande? Bisogna prendere in considerazione degli indicatori di tipo quantitativo (la dimensione fisica, il numero di abitanti, il reddito medio dei cittadini, ecc.)? Oppure è necessario concentrarsi su indicatori di qualità, magari più difficili da misurare, ma che tengano conto anche del benessere, della qualità della vita, della soddisfazione (si potrebbe dire, forse, della felicità) dei cittadini?
Probabilmente la via migliore è quella di fare una valutazione integrata, che tenga conto sia degli aspetti quantitativi che di quelli qualitativi, di quelli economici come di quelli ambientali, sociali e culturali. Ovviamente non è semplice costruire un tale sistema di indicatori, soprattutto in modo che sia condiviso da tutti. Ne è una prova il fatto che le classifiche sulla qualità della vita nei capoluoghi di provincia italiani redatte ogni anno (ad es. da “Il Sole 24 ore”) generano sempre accesi dibattiti sui criteri utilizzati.
Con questo articolo non pretendo certamente di risolvere il problema. Vorrei però proporre qualche spunto di riflessione, costruendo una sorta di check-list di domande a cui ognuno può provare a rispondere:  
  1. È grande una città che si espande sempre di più in periferia, aumentando i costi ambientali ed energetici, creando dei quartieri dormitorio e abbandonando il suo centro storico?
  2.  È grande una città che cresce cancellando per sempre gli elementi del paesaggio rurale e dell’ambiente che la circonda?
  3.  È grande una città che, anziché creare dei parchi urbani, relega il verde pubblico agli spazi centrali della rotatorie?
  4.  È grande una città che non investe sugli spazi pubblici come luoghi di incontro e di socializzazione, destinando invece a questo ruolo luoghi di consumo come i centri commerciali?
  5.  È grande una città concepita non a misura d’uomo, ma a misura d’automobile, in cui non viene incentivato l’utilizzo dei mezzi di trasporto pubblico o di sistemi di mobilità alternativa?
  6.  È grande una città che, per rispondere alle difficoltà poste dalla disoccupazione, anziché investire sulla valorizzazione turistica del proprio territorio, lo svende alle multinazionali petrolifere?
  7. È grande una città che, anziché favorire l’integrazione degli immigrati regolari, assiste inerte alla loro ghettizzazione spaziale nel centro storico?
  8. È grande una città che non ha contenitori culturali idonei allo svolgimento di manifestazioni, in particolare di spettacoli teatrali, ma è sempre disponibile a finanziare le sagre più disparate?
  9. È grande una città che non riesce a offrire opportunità e prospettive ai giovani laureati, i quali sono costretti ad andar via per realizzarsi?
  10. È grande una città che non riesce più a produrre bellezza e ad essere all’altezza del suo passato ricco di cultura e di tradizioni?
L’elenco delle domande, ovviamente, potrebbe continuare, cogliendo altri aspetti e altre dimensioni della organizzazione, dello sviluppo e della qualità della vita di una città; tuttavia l’intento non è quello di una trattazione esauriente del tema, ma solo quello di favorire una riflessione più consapevole.
In questo senso, può essere utile ricordare anche la storia del cavallo poliploide, tratta dal libro “Mente e natura” di Gregory Bateson:
“Si dice che ancor oggi per gettare nell’imbarazzo i signori del premio Nobel basti menzionare i cavalli poliploidi. Vero o no, verso la fine degli Anni Ottanta il dottor P.U. Posif, il grande genetista erewhoniano, ricevette il premio per le sue manipolazioni del DNA del comune cavallo da tiro (Equus caballus). Si disse che egli aveva apportato un grande contributo all’ancor giovane scienza della trasportologia. In ogni caso vinse il premio per aver creato (nessun’altra parola potrebbe render giustizia a un’operazione di scienza applicata che quasi usurpava l’attività divina), creato, dico, un cavallo di dimensioni esattamente doppie di quelle del comune Clydesdale. Era lungo il doppio, alto e largo il doppio: era un poliploide, con un numero di cromosomi quadruplo del normale. Posif sostenne sempre che c’era stato un tempo in cui questo animale straordinario, quando era ancora un puledro, poteva reggersi sulle quattro zampe. Dovette certo essere uno spettacolo fantastico! Fatto sta che quando fu esposto al pubblico e ripreso e immortalato da tutti gli strumenti di comunicazione della civiltà moderna, il cavallo non si reggeva affatto in piedi. Per farla breve, era troppo pesante. Pesava, naturalmente, otto volte un normale Clydesdale. Per le sue comparse in pubblico o alla televisione, il dottor Posif faceva sempre chiudere gli idranti, che erano altrimenti costantemente necessari per mantenere l’animale alla normale temperatura di un mammifero; ma c’era sempre il timore che le parti più interne cominciassero a cuocere. Dopo tutto, la pelle e il pannicolo adiposo della povera bestia erano spessi il doppio del normale, mentre la sua superficie era solo quattro volte quella di un cavallo comune, sicché esso non si raffreddava adeguatamente. Ogni mattina il cavallo doveva essere sollevato sulle zampe con una piccola gru e infilato in una sorta di scatola a ruote dove poggiava su una serie di molle, calibrate per alleggerirlo di metà del suo peso. Il dottor Posif sosteneva che l’animale era straordinariamente intelligente. Aveva, naturalmente, otto volte più cervello (in peso) di qualsiasi altro cavallo, ma io non ebbi mai l’impressione che si occupasse di problemi più complessi di quelli che interessano gli altri cavalli. Aveva pochissimo tempo libero, tutto preso com’era sempre a sbuffare, in parte per raffreddarsi in parte per ossigenare il suo corpo ottuplo. Dopo tutto la sua trachea aveva una sezione soltanto quadrupla di quella normale. Poi c’era l’alimentazione. Ogni giorno doveva ingerire in qualche modo una quantità pari a otto volte quella sufficiente a un comune cavallo, e doveva far scendere tutto quel cibo lungo un esofago che aveva un calibro solo quadruplo del normale. Anche i vasi sanguigni avevano dimensioni relativamente ridotte, e ciò rendeva più difficile la circolazione e imponeva al cuore un lavoro supplementare. Una bestia infelice!”
Riportando il senso di questa storiella al ragionamento sulla grandezza della città, si può dire che l’obiettivo non può più essere solo quello della crescita fisica, ma piuttosto deve diventare quello del miglioramento della qualità dell’esistente. Le trasformazioni, anziché puntare sulla ulteriore crescita della città, dovrebbero tendere a creare una qualità urbana diffusa, migliorando la logistica interna, riqualificando le aree degradate e dotando le varie parti della città dei servizi (sociali, culturali, ricreativi, ecc.) fondamentali per la comunità.
Infine, vorrei sottolineare l’importanza del contributo dei cittadini per la crescita della qualità urbana. Molti dei problemi di una città, infatti, dipendono non solo da chi la amministra, ma anche da una scarsa responsabilità civica o da una scarsa partecipazione da parte dei cittadini ai temi che riguardano la città, intesa come bene comune. La città, infatti, non è solo luogo fisico (urbs), ma è anche comunità (civitas). E il rapporto fra questi due elementi è strettissimo: le città sono nate con gli spazi pubblici, attorno a determinati luoghi e funzioni che servivano la comunità; e la crisi attuale delle città è causata proprio dalla riduzione delle comunità a mera aggregazione di individui e al decadimento degli spazi pubblici.
Perché una città possa dirsi grande, dunque, è fondamentale anche il contributo dei suoi cittadini nell’indirizzare in maniera consapevole le scelte di chi la amministra, nel chiedere che lo sviluppo economico si concili con la qualità della vita e con la tutela ambientale, nel pretendere che venga difesa e valorizzata la bellezza."
Totò Biazzo
Come consigliato dall'autore dell'articolo questa settimana non pubblico una canzone, ma la scena di un film, che mi da l'occasione di ricordare il grande Peppino...

lunedì 2 maggio 2011

università vs Università

L’Italia ha fatto qualcosa di straordinario dal dopoguerra ad oggi, o meglio fino a qualche anno fa. Ha creato una scuola per tutti ed anche di buona qualità. Non so dire il perché con precisione. Le cause e i meriti sono tanti, e di diversa natura; politici, storici, economici. Di sicuro dobbiamo ringraziare i tantissimi docenti e maestri, che, benché non nella loro totalità, ma in buona parte, ci mettono impegno e passione: questo ha contribuito senz’altro alla qualità del nostro sistema scolastico. Negli altri paesi europei non tutti sono riusciti in questa impresa titanica e molto spesso hanno scelto una via più facile ma meno egualitaria in termini di possibilità e diffusione dell’accesso alla scuola (parlo soprattutto del livello primario e secondario). Infatti, in molti paesi esistono forti differenze regionali; esistono zone di serie A e zone di serie B, sia all’interno delle città che all’interno delle varie regioni e persino tra gli stati, basta guardare gli Stati Uniti per rendersene conto. In altri paesi esistono anche molte restrizioni all’accesso, e l’obbligo di fare delle scelte in tenerissima età, che poi possono condizionare per tutta la vita (come ad esempio in Germania o in Spagna). Questo viene fatto per un semplicissimo motivo, perché fare una scuola di qualità ed aperta a tutti è tecnicamente molto difficile. Passando ad analizzare l’accesso all’istruzione universitaria, possiamo vedere come nei sistemi esteri non si pone il problema della selezione, in quanto chi arriva alla fine della scuola secondaria - e possiede le capacità per andare all’università - è già stato selezionato con cura durante gli anni. In Italia sorge invece un problema epocale. Spinti dall’euforia dei successo ottenuti dal sistema scolastico primario e secondario, ci siamo lanciati nel tentativo di ottenere gli stessi risultati anche in ambito universitario. Ed è qui che è sorto il vero problema, e che sono emersi gli evidenti  limiti del sistema italiano. La diffusione di corsi, di sedi distaccate, di facoltà ad accesso libero, ha offerto a molti la possibilità d'andare all’università, ma in moltissimi casi ha offerto un servizio di qualità pessima, per non dire ridicola, e (cosa ancor più grave) di nessuna utilità per l'inserimento nel mondo del lavoro. In Italia si deve fare una scelta, forte, anche impopolare. Si deve scegliere se avere un’università di serie C & D accessibile a tutti, o un’università in grado di competere con le università del mondo. Già da questa mia ultima definizione si capisce molto bene la scelta che farei. Sono di questa opinione semplicemente perché avendo avuto l’opportunità di frequentare tre università diverse, di cui una estera, ho notato quanti ragazzi italiani sono parcheggiati senza obiettivi né passione, il che mi fa pensare che una sorta di restrizione all’accesso (non condivido assolutamente i test, che incentivano il clientelismo e una preparazione sterile) possa incentivare tutti (studenti, docenti, e università) a scegliere con accuratezza il proprio percorso e una volta scelto portarlo avanti con impegno.

Anche nel Ragusano, studenti, docenti ed amministratori devono fare una scelta. Ragusa può permettersi dei corsi universitari? Quanti? Quali? E sopratutto di che Qualità?
Inizierei con un assunto che mette in chiaro una cosa, queste scelte non possono essere fatte per costruire un'università “funzionale al territorio”, un'università nasce per dare la possibilità ai ragazzi di un territorio di formarsi e di migliorarsi. Solo negli anni, nei decenni, un'università diventa funzionale al territorio, nei primi 100 anni di vita l’università è un investimento a fondo perduto. Secondo assunto, nel territorio ragusano le risorse sono poche e quindi le risposte a quelle domande debbono innanzitutto rispondere a un grosso problema, la sostenibilità. Diversamente si rischia di far nascere dei corsi di laurea che in pochi anni muoiono, anzi si suicidano, come è già successo. Infine vorrei sottoporre i miei lettori ad un espediente: Io mi sono diplomato al liceo scientifico “E. Fermi” di Ragusa, ed ho conseguito negli anni la stessa identica preparazione che ha acquisito un ragazzo di qualsiasi liceo d’Italia. Può Ragusa formare dei laureati competitivi in Italia e all’estero?? È in grado di dare alla parola università quella U maiuscola che la riempie di significato e sostanza???? Se non lo fosse, l’università sarebbe non solo inutile, ma deleteria, perché formerebbe dei lavoratori che hanno delle marce in meno rispetto al resto d’Italia, al resto d’Europa. E questo significherebbe creare un territorio di serie B. Dopo aver risposto a tutte queste domande si può pensare di programmare dei corsi, e delle facoltà, anche se io, nella più totale sincerità, non sarei in grado di farlo…   

Anche questa settimana una bellissima canzone Italiana: Mina con Se Telefonando

lunedì 11 aprile 2011

Consigli per gli acquisti...(Parte Seconda)


Dopo il mio ultimo post, molti dei miei lettori abituali (quei 3/4 amici), ed in primis mia madre, mi hanno fatto notare che nel mio articolo mancava un aspetto importante della commedia umoristica “Elezioni Amministrative”: ovvero l’atteggiamento degli interlocutori dei candidati al consiglio comunale, dunque noi tutti, gli elettori. E mi sono chiesto: è possibile che i candidati si comportino in questo modo per riflesso??? Può essere che non sono loro a voler salutare tutti per strada, ma siamo noi a cercare in tutti i modi il loro sguardo e a voler essere salutati??? Non sarà che siamo noi a non voler ascoltare tutte le loro proposte e idee, ma abbiamo solo voglia di sognare con soluzioni e promesse fantasiose???? Sarà che non prestiamo la benché minima attenzione al loro comportamento in relazione a quello che essi possono dare alla collettività nel suo complesso, ma ci focalizziamo solo su ciò che possono darci in cambio del voto???
Perché c’è una sorta di riverenza nei confronti del candidato, possibile futuro consigliere comunale???
Ho notato che lo strumento migliore per attirare cittadini/elettori non è quello di fare conferenze e dibattiti aperte a tutti, ma serate di gala ad invito. Serate in cui chi viene invitato si sente lusingato: lui è stato invitato; lui è e, a differenza di chi non ha ricevuto l’onore di essere invitato, potrà conoscere un futuro consigliere, potrà diventare un suo amico. Avete notato il numero infinito di feste nelle quali compare la parola “privè” o “exclusive”? Avete notato che ormai in tutti i locali c’è una sala “privè”, ed a volte c’è pure il “privè” nel “privè”?
Si, mi sono convinto. Ho capito che la colpa di un atteggiamento poco attento ai contenuti e alle forme di presentazione della propria persona, non è solo dovuto al disinteresse degli stessi consiglieri nell’essere persone competenti e oneste, ma è anche il riflesso dell’atteggiamento di noi elettori.
Ma in realtà, la cosa più grave è il voto di scambio, malattia e cancro della politica italiana. Pensare di poter ricevere qualcosa, in cambio del proprio voto, è una delle cose più atroci. E' MAFIA. Quante volte avete sentito dire da un vostro amico - o forse persino da voi stessi - la frase: “Lo voto perché si è sempre comportato bene nei miei riguardi…” alludendo al fatto che vi ha aiutato a trovare un posto di lavoro o in qualche altra pratica amministrativa un po’ lenta.
Sono convinto che tutti dobbiamo capire e dobbiamo convincerci del fatto che i consiglieri, gli assessori, i sindaci per dovere, e non perché fanno un favore a noi in prima persona, debbano promuovere la formazione di posti di lavoro e di servizi per soddisfare i bisogni primari della comunità. Indipendentemente dal fatto che noi li abbiamo votati o meno. Lo ripeto è un DIRITTO non un favore o una gentile concessione.
Rileggendo quanto ho appena scritto mi sembrano concetti molti scontati, che milioni e milioni di volte ho sentito pronunciare tra le aule del liceo e dell’università, ma sembra che nessuno mai le abbia comprese ed assimilate. Allora mi sento di darvi un altro consiglio, che vale per tutti, me compreso: impegniamoci in questo periodo di elezioni nell’essere meno servizievoli nei confronti dei candidati e più attenti alle loro competenze, alle loro situazioni personali che possono intralciare il loro futuro operato politico.
Se scegliamo con attenzione saranno costretti a esercitare le loro funzioni con attenzione e impegno.

E per la prima volta un pezzo italiano: La Spesa dei Marta sui Tubi.

lunedì 4 aprile 2011

Consigli per gli acquisti...


Mancano 41 giorni alle elezioni amministrative e già siamo invasi, oramai anche su internet, da milioni di manifesti elettorali, e da milioni di faccioni che con le loro espressioni, le più disparate, cercano di accattivarsi più gente possibile. Ed ecco che per noi osservatori esterni, che assistiamo inermi a quella che sembra una commedia umoristica del grande De Filippo, spetta l’arduo compito di scegliere tra un’infinità di candidati. Pensate che nella mia città natale, Ragusa, ci sono 600 candidati per la carica a consigliere comunale. Come scegliere??? Chi scegliere???
Essendo un tema molto delicato faccio alcune premesse che mi consentano di precisare lo scopo di questo post. Innanzitutto chi sono io per dare consigli ad altre persone??? nessuno, semplicemente un elettore che ha tutto il diritto di dire la propria, poi, chi leggerà sarà in grado di stabilire se i miei consigli valgono o meno. Secondo, il mio obbiettivo non è consigliarvi un partito in particolare, benché meno un candidato, anche perché non ho ancora deciso. Semplicemente vorrei farvi capire che, soprattutto a livello locale, non è tanto importante il partito che scegliete, ma la persona all’interno del partito, perché tutte le liste (proprio tutte, nessuna esclusa) sono piene di incompetenti e disonesti. Ma se guardate con attenzione, se non vi fermate al primo sguardo superficiale, sono sicuro che in ogni lista siete in grado di trovare una persona onesta e competente.
La prima cosa a cui dovete prestare attenzione, è il modo in cui si presenta il candidato. Dovete diffidare con forza delle persone che scelgono di fermarvi per strada e nei luoghi pubblici. Mi spiegate perché l’unica attività di molti candidati è quella di vestirsi a modo e di farsi vedere il più possibile nei luoghi di incontro?? Io sono sicuro che dei 600 candidati del comune di Ragusa un buon 50% li vedrò passare in un solo pomeriggio seduto al “PrimaClasse”. Dovete preferire le persone che vi fermano nei luoghi preposti (conferenze e simili), nei quali c’è il tempo e la tranquillità per poter farsi un’idea chiara del candidato. Poi il candidato anche in questi casi non dovrà cercare in tutti i modi di intortarvi idee e soluzione, peggio ancora se promesse, ma dovrà darvi i riferimenti (cartacei o meglio ancora informatici) nei quali voi con calma potete trovare tutte le informazioni che cercate. In generale non fidatevi di chi fa troppo il moderno paventando il suo blog, nè di chi lo disprezza totalmente ed utilizza “il porta a porta” per farsi conoscere. Un candidato che si rispetti deve avere un blog, ma deve anche, nei luoghi preposti, scendere in mezzo alla gente perché l’impressione che si può avere di persona è sicuramente un buon metro di giudizio. Eliminate totalmente dalle possibili scelte chi vi fa promesse di qualunque tipo, cancellatelo immediatamente. Eliminate totalmente anche se lo avevate scelto, chi si fa trovare il giorno delle elezioni al seggio: si tratta di una cosa che, oltre a farmi incazzare tantissimo, è pure illegale. Eliminate totalmente quelli che prima non vi salutavano, e ora lo fanno solo perché quando avevate tre anni andavate nello stesso asilo nido, ma non nella stessa classe, nella classe accanto, pessimi, cancellateli e quando vi salutano per favore rispondete: “Non ci conosciamo”. Per ultimo volevo fare una precisazione sui curriculum vitae. Allora, non è che vi chiedo di farveli dare da ognuno dei 600 candidati, e neanche ai candidati chiedo di stamparli e usarli come biglietto da visita, però se avete un sito o peggio ancora se siete assessori comunali non potete caricare nel sito del comune alla voce curriculum vitae queste cose raccapriccianti. Se non lo sapete, esiste un formato europeo standard, per tutti uguale, usate quello, quanto meno siete sicuri di inserire cose che servano per essere valutati. A dover di cronaca:

“Rocco Bitetti
nato ad Augusta l’8 Luglio del 1957.
Laureato in medicina e chirurgia attualmente medico di famiglia.
È consigliere comunale dal 1998 nel partito di Alleanza Nazionale nonché capogruppo e presidente della 5^ commissione affari sociali.
Alle elezioni del 1998 risulta il primo degli eletti.
Risulta nuovamente il primo degli eletti alle elezioni del 2006.
Attualmente dal 1° luglio 2006, ricopre la carica  Assessore Comunale ai Servizi Sociali, Università e Tutela Animali e anche in queste elezioni  il primo degli eletti.”
Rocco l’abbiamo capito che sei stato il primo degli eletti, ma non c’è bisogno che lo ripeti mille volte.

Sempre dallo stesso link: 

“Malfa Maria
nata a Monselice (Padova) il 9 Dicembre del 1943.
Diplomata di Perito Comm.le Ragioniere, ha lavorato presso gli Ospedali di Ragusa ed in particolare all’Ufficio Personale dal 1978 al 1996 è presso il Servizio di prevenzione protezione previsto dalla legge 626/94 dall’1/1/97 al 30/04/07.
Dal 1994 ad oggi Consigliere Comunale militando nel partito dell’UDC con i vari cambiamenti, cioè prima P.P. – UDEUR – CDU – CCD.
Nel 2003  candidata in Forza Italia supera le elezioni risultando la seconda degli eletti al Marzo 2006.
Nelle lezioni del 24/06/2006 candidata nell’UDC risulta la seconda degli eletti.
Dal 2/07/2007 ad oggi, assessore comunale al verde pubblico, arredo urbano, formazione professionale e gestione dei servizi.”
Lascio a voi tutti i commenti sull’italiano.

Passiamo al secondo parametro per selezionare il nostro candidato: la sua storia. Di per sé cambiare partito non è nè un merito nè un difetto; però non mi fiderei molto delle persone che nella loro vita erano così convinte delle propria appartenenza politica da cambiare cinque, sei, sette partiti nel corso di un decennio. Non voterò, anche se di per sé non è un difetto, un candidato che nella sua vita ha fatto solo il politico, e non voterò, e con questo spero di non prendermi troppe critiche, neanche un disoccupato: chi pensa di “svoltare” entrando in politica non mi interessa. Soprattutto per quanto riguarda le amministrazioni locali abbiamo bisogno di persone competenti. Per questo voterò una persona di cui ho la certezza che faccia bene il suo lavoro. Medico o artigiano che sia, deve essere una persona competente nel suo ambito, in modo tale che quando si troverà di fronte a delle problematiche amministrative sono sicuro che la prima cosa che farà sarà acquisire le competenze che gli mancano.

Ed infine, per non essere eccessivamente prolisso, non deve essere in conflitto di interessi. Non voterò un candidato che qualora venga eletto debba trovarsi a decidere se fare l’interesse di tutti o  il suo. Non voterò il proprietario, e neanche il parente, di una grossa impresa di costruzioni, di una grossa banca, di un grosso gruppo di interesse. Questi soggetti sono condizionati perché dalle decisioni del consiglio comunale possono dipendere buona parte dei loro profitti.

Per concludere volevo solo precisare che questo è un discorso che si può fare solo tra gli onesti, gli altri non entrano nemmeno nella valutazione. Questa settimana vi consiglio di ascoltare  la versione  ebrea di una canzone folkloristica greca "Misirlou" (Donna Egiziana), eseguita da Gabriele Coen e la sua Band, utilizzato anche come colonna sonora di un film popolarissimo.

domenica 27 febbraio 2011

Un biglietto di sola andata...per la Democrazia

Questa settimana voglio raccontarvi la storia di un uomo un po’ sfortunato. È nato in un paese dilaniato dai conflitti di potere, un paese che non ha molto da offrirgli, non c’è lavoro ultimamente, e senza lavoro non è facile neanche farsi una famiglia. Si arma di coraggio e decide di partire, di abbandonare il suo paese in cerca di fortuna. Raccoglie i suoi soldi, le sue cose e intraprende il viaggio, un viaggio che sembra interminabile, ma è un soffio. E' già arrivato. Non conosce nessuno, non parla bene la lingua, non sa dove andare, non sa a chi rivolgersi. Incontra un gruppo di persone che parla la sua lingua, sono suoi connazionali, ha bisogno di aiuto e si affida a loro. In cambio dei suoi ultimi averi gli promettono un posto di lavoro ed un letto. Non si fida, non gli piacciono, ma non ha altro. Si deve fidare. Loro non stanno mentendo, anche se hanno chiesto decisamente troppo, in breve si ritrova in una casa. Una casa vecchia, sporca, sono in otto, e c’è solo un bagno. Il suo letto è posizionato sotto una lunga scala, e gli abitanti della casa tornano troppo stanchi dal lavoro per posarvi passi leggeri. Poco dopo inizia anche a lavorare, un lavoro massacrante, 14 ore al giorno, la paga minima, e neanche a dirlo tutto in nero. Come se non bastasse il posto di lavoro è ad un’ora d’autobus, deve alzarsi prestissimo e andare a letto a notte fonda. In più, si aggiunge la tensione di vivere in un paese che non ti accetta, che ti guarda con sospetto, che è sempre pronto a giudicare e mai ad ascoltare. Eppure per strada, ogni tanto, c’è una persona che con un gran sorriso cerca di aiutarlo. Questo lo rincuora, e forse fra un po’ di tempo riuscirà a trovare una casa decente ed un lavoro che lo nobiliti e non che lo umili.

Non so perché vi sto raccontando questa storia, non so perché in un momento così straordinario e allo stesso tempo così preoccupante ho deciso di raccontarvela. I popoli sono scesi in piazza, stanno lottando, stanno morendo per un diritto, uno solo, la vita. Eppure ci stiamo facendo distrarre, ci stiamo facendo spaventare. “Come faremo ad accoglierli tutti, come faremo ad aiutarli?”. L’unica preoccupazione dei nostri politici, ma non solo dei nostri, è su cosa succederà in seguito alla caduta dei regimi.

Devo confessarvi che anche io mi sono lasciato prendere da questa paura, “come faremo ad accogliere questa massa enorme di immigrati ?? - (anche se ad oggi ancora non c’è stato nessun esodo di massa) -, saremo in grado di integrare, d’ accogliere, o li ammasseremo in  case fatiscenti e li faremo sgobbare come muli??”

Poi ho visto le immagini, ho sentite le urla, ho guardato gli occhi di questi ragazzi, sentono davvero che tutto questo possa cambiargli la vita, ed ho capito che il comportamento assunto da tutti i politici europei è un espediente che adoperano solo perché sono vecchi ed hanno paura di cambiare. Hanno paura che le loro certezze svaniscano, hanno paura a rimparare, a confrontarsi con persone nuove. Ho capito che ogni tanto nella vita è giusto lasciarsi prendere dagli eventi, e sono sicuro che saremo in grado di dare delle risposte a tutte le problematiche che nasceranno e alle quali non potremo sottrarci. Sono convinto che quando arriverà il momento saremo in grado di ospitare coloro che troveranno il coraggio di imbarcarsi e di venire nel nostro paese, saremo in grado di guidare la nascita di nuove democrazie al di là del mediterraneo. Sono convinto che saremo in grado di misurarci con la cultura musulmana, che è tanto diversa, ma allo stesso tempo tanto grande. Proprio per questo, sono convinto che l’unica cosa di cui adesso dobbiamo preoccuparci, che dobbiamo sostenere con forza, è che Mubarak vada via, e con lui tutti i dittatori del nord Africa.

Ma prima di fare tutto questo, cercherò in tutti i modi di fare come quella vecchiettina londinese che tutte le sere nel veder tornare a casa quel ragazzo italiano, si affacciava dalla finestra e gli faceva un gran sorriso.

Questa settimana il pezzo di un mito, Bob Dylan con Shelter From The Storm.